sabato , 25 settembre 2021
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Api, il 25% delle specie non si vede più dagli anni ‘90. Ma una startup vuole salvare gli alveari con l’AI

Le api sono in pericolo. Una nuova indagine, pubblicata su OneEarth, torna a lanciare l’allarme e lo fa in modo drammatico: in alcuni periodi presi in considerazione, per esempio fra 2006 e 2015, sono state individuate circa il 25% delle specie in meno rispetto alle rilevazioni degli anni Novanta. E questo nonostante il contributo sempre più ricco dei cosiddetti “citizen scientist”, appassionati ed esperti che danno una mano ai progetti di monitoraggio un po’ come quelli che, guardando al cielo con i loro telescopi, aiutano le agenzie spaziali a individuare meteoriti minacciosi per la Terra e altri oggetti celesti o potenziali pianeti. Dalle 20mila specie di api, in particolare da quelle della famiglia delle Halictidae, dipende l’impollinazione dell’85% dei raccolti e degli alberi da frutto in tutto il mondo, per le varietà più diverse.

Le ‘famigliè di api. Quello fra 2006 e 2015 è stato il decremento più sensibile. E l’osservazione dei diversi generi appartenenti alle Halictidae è stata più bassa del 17% fino dai Novanta. Invece quella delle api della rara famiglia delle Melittidae, il cui areale si attesta nelle zone temperate di Nord America, Europa e Africa del Sud e che impollinano in particolare mirtilli, mirtilli rossi e orchidee, è crollata del 41%. Solo il genere Apis, quello forse a noi più familiare, comprende 27 specie: fra queste due che possono essere allevate dall’uomo cioè l’Apis mellifera e l’Apis cerana. Le api delle altre famiglie o generi, anche se meno conosciute, integrano e supportano il lavoro delle api mellifere negli alveari degli apicoltori.

 

L’ape più diffusa. “Anche se le api da miele sono efficienti impollinatori di molte colture, affidarsi troppo a una singola specie è molto rischioso” spiega il principale autore dello studio, Eduardo Zattara, biologo all’Istituto per la ricerca sulla biodiversità e l’ambiente di Bariloche, in Argentina al National Geographic. Si riferisce appunto all’ape europea (o mellifera), la specie più diffusa del mondo. Nel 2006, nel corso di un’epidemia, negli Stati Uniti morì per esempio la metà delle api di questa specie. Se vi fossero state solo quelle allevate la perdita di rendimento dei raccolti sarebbe stata enorme, aggiunge l’esperto.

Le osservazioni e il censimento. L’indagine si basa su un sito open-access, Global Biodiversity Information Facility, che registra tutte le osservazioni delle api da diverse fonti come musei, università e privati cittadini (per esempio tramite la piattaforma statunitense Beescape project) fino al 1700. Ma il punto è che non esisteva fino a oggi, spiega Zattara, “un campionamento preciso e sul lungo periodo su scala globale. Volevamo vedere se potessimo usare questo tipo di dati per ottenere una risposta più ampia. E quella risposta è sì”. Non sappiamo ovviamente se il calo delle osservazioni corrisponda effettivamente all’estinzione di alcune specie o a una loro forte riduzione: “Quello che possiamo dire è che le api selvatiche non se la passano troppo bene”. L’analisi mostra un declino negli avvistamenti di queste “impollinatrici dimenticate” in tutti i continenti eccetto che in Australia.

La scomparsa delle api selvatiche. Le ragioni di questa scomparsa delle api selvatiche – che in gran parte nidifica nel terreno, in certi casi all’interno di cavità, altre in steli pieni di midollo, legname marcio o gusci di lumache abbandonati – sono note e sono poi le medesime che colpiscono le Mellifere: l’esplosione dell’agricoltura e in particolare delle monocolture, la perdita di habitat, l’ampio uso di pesticidi che hanno eliminato molte piante su cui le api si posavano per nutrirsi. Tutto questo sposato anzitutto all’aumento delle temperature: lo ha confermato anche un altro studio del Center for Pollinators Research dell’Università della Pennsylvania, del Dipartimento dell’agricoltura Usa e del Dickinson College, pubblicato su Global Change Biology, secondo cui è proprio il clima il loro killer principale, in particolare precipitazioni e temperatura.

Il bombo europeo. C’è poi l’introduzione di specie non native per impollinare particolari raccolti, che spesso hanno portato con sé patogeni sconosciuti alle altre lontane parenti, “innescando pandemie anche fra gli insetti” come spiega lo scienziato. Ciò che per esempio è accaduto con una specie di bombo europeo introdotto in Cile e Argentina, che è entrato in competizione con uno della Patagonia, fino a portarlo al pericolo di estinzione.

L’importante, racconta l’esperto che firma la ricerca (di certo non priva di problemi e possibili errori, vista la base di dati su cui fa affidamento) con il biologo Marcelo Aizen dell’Università nazionale argentina di Comahue, non è tanto il numero degli individui avvistati ma la frequenza delle specie. D’altronde, spaziando su 20 mila specie, qualche imprecisione è fisiologica.

Sulle api da miele – da cui dipende un terzo del nostro cibo, solo in Europa oltre 4 mila tipi di verdure – la tecnologia può fare qualcosa e dare una mano agli apicoltori e agli ecosistemi, e quindi in senso lato anche alle api selvatiche. Dal 2017 l’Onu ha addirittura istituito una giornata mondiale (cade il 20 maggio) dedicata a questi insetti così importanti per gli equilibri globali.

Il progetto. La startup irlandese ApisProtect ha infatti deciso da alcuni anni di dedicarsi alla gestione e difesa degli alveari (in tutta Europea ce ne sono 17 milioni per 600mila apicoltori) e fra l’altro da poco ha annunciato l’ingresso sul mercato statunitense della sua creatura. Di cosa si tratta? Di un dispositivo che, insieme all’intelligenza artificiale, può spedire in tempo reale informazioni dettagliate relative allo stato di salute del proprio allevamento agli apicoltori. Dettagli che rimarrebbero ignoti fino al successivo controllo di persona, dispendioso in termini di tempo e oltre tutto pericoloso: “La ricerca di ApisProtect mostra che l’80% delle ispezioni manuali degli alveari non richiede di fatto alcuna azione sugli alveari mentre al contrario disturba le api e rischia di uccidere la regina” si legge sul sito della startup.

Da qui l’idea di un controllo remoto per individuare le conseguenze di malattie, parassiti e altri problemi della zona: un sensore, grande come il telecomando di un cancello, da installare all’interno delle arnie. Raccoglie le informazioni e le dà in pasto a un algoritmo. Non registra solo i normali parametri ambientali ma addirittura riesce a inferire un certo numero di informazioni sul comportamento e lo stato di salute delle api attraverso l’analisi del suono della colonia. Tutto notificato sullo smartphone dell’apicoltore.

I nemici delle api. “La tecnologia ApisProtect potrebbe essere uno strumento utile per rilevare i calabroni assassini come una potenziale nuova minaccia per gli alveari in questa stagione di impollinazione – spiega Pádraig Whelan, cofondatore e chief science officer di ApisProject – i calabroni assassini possono spazzare via un alveare in poche ore. La nostra piattaforma può individuare la data in cui un alveare muore e distinguere se la distruzione è stata graduale o improvvisa. Se un alveare è sano un giorno e distrutto il giorno successivo, l’apicoltore viene avvisato anziché dover attendere la successiva ispezione manuale programmata”.

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